MUSEO CIVICO BAGNACAVALLO

IL PAESAGGIO.

SENTIERI BATTUTI E NUOVE PROSPETTIVE


Museo Civico delle Cappuccine, Bagnacavallo

17 Dicembre 2022 – 5 Marzo 2023

A cura di Davide Caroli







IL PAESAGGIO.
SENTIERI BATTUTI E NUOVE PROSPETTIVE
Davide Caroli

“La missione dell’arte non è copiare la natura, ma esprimerla!”

Premessa
P = S + N
(Il Paesaggio è rapporto tra Soggetto e Natura).

All’art. 1, la Convenzione Europea sul Paesaggio, adottata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa il 19 luglio 2000, recita che: “Paesaggio designa una determinata parte del territorio, così come è percepito dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni”.
Questa definizione, pur in un documento che suscita diverse perplessità negli studiosi, recepisce, però, quello che emerge da anni di ricerche e discussioni che partono sostanzialmente dal significato stesso del termine paesaggio nella sua forma lessicale costituita, in quasi tutte le lingue europee: paese e il suffisso -aggio (l’inglese Land-scape, il tedesco Land-schaft, il fiammingo Landshap).
Una struttura nella quale è sottolineato il ruolo fondamentale del soggetto che abbraccia nel suo sguardo un territorio; idea che sinteticamente Jakob semplifica nella formula riportata in apertura di questo breve testo.
Il paesaggio è dunque percezione mutevole, un costante rapporto diretto tra lo spazio e l’uomo, con tutto il suo bagaglio di esperienze e inclinazioni che portano a coglierne sfumature sempre diverse.
Sono passati più di venti anni da quel documento ufficiale della comunità europea e l’interesse, lo studio del tema del paesaggio non ha fatto altro che aumentare, diventando oggi uno degli argomenti sempre più al centro della discussione mondiale, affrontato e analizzato da molteplici e differenti versanti.
L’ecologia, l’ecologismo, lo sviluppo sostenibile, il cambiamento climatico, la tutela dell’ambiente hanno portato questo tema ad essere in evidenza e in tendenza nella discussione politica, sociale e generazionale, per l’urgenza con cui, ad esempio, si stanno rivelando avviati su un piano inclinato le mutazioni del clima che avranno ripercussioni anche sulle nostre società.
La discussione su cosa sia oggi il paesaggio, sulle sue precarie condizioni, dovute comunque non unicamente al cambiamento climatico, alla sua considerazione a livello urbano, sociale e anche umano, ai tentativi messi in campo per tracciarne una documentazione e indirizzarne l’evoluzione su binari più rispettosi, sono piani paralleli e argomenti su cui si stanno sviluppando studi, ricerche e approfondimenti che, negli ultimi anni, stanno arrivando a conclusioni tanto raffinate quanto affascinanti.
Non pare quindi banale affrontare il discorso sul paesaggio anche dal versante culturale e artistico e portare contributi alla discussione, partendo dalla visione di chi, attraverso un punto di osservazione meno strettamente scientifico, può offrire uno strumento prospettico per analizzare questo tema con occhi diversi.
Ed in questo 2022, che vede ricorrere una data importante per la cultura italiana, ci piace ripartire e citare una delle prime e più appassionate voci che si alzarono sulla tutela e difesa del paesaggio dallo schieramento degli intellettuali, quella di Pier Paolo Pasolini, del quale ricorrono i cento anni dalla nascita, che già negli anni ’60 chiarì come, per lui, la perdita del paesaggio non fosse soltanto una perdita estetica, ma la perdita della capacità poetica della realtà. Lo osservava intorno a sé in Italia, dove vedeva sparire il senso del mondo contadino e i luoghi storici ridursi a frammenti senza contesto. Ciò che doveva essere tutelato nel paesaggio, per Pasolini, era il suo tessuto narrativo sublime e popolare insieme.
Negli stessi anni, anche da altre prospettive, si intensificarono letture ed interpretazioni del paesaggio che confermavano come questo sia sempre stato argomento che ha interessato e coinvolto le menti più attente alle evoluzioni del contemporaneo.
È infatti nel 1969 che, ad esempio, vennero pubblicati alcuni tra i principali saggi letterari di McLuhan nel volume Il paesaggio interiore, nel quale l’autore canadese analizzava la storia della poesia e arrivava a conclusioni non dissimili da quelle di un grande storico dell’arte italiana, Francesco Arcangeli, che immaginava una lettura dello spazio, nella rappresentazione artistica, che non limitasse l’idea di una realtà intesa come coinvolgimento totale dei sensi e dell’umano, nella sua accezione più ampia possibile.
Il paesaggio e la natura, perciò, continuamente al centro della discussione e delle ricerche, in ambito sociale, artistico e in ogni declinazione del sentire umano, con accezioni più o meno “romantiche” o sentimentali, nel tentativo di descrivere la realtà circostante.

Dunque, oggi ci troviamo ad affrontare e proporre quello che, evidentemente, non è un tema inedito, ma possiamo dire che volerci interrogare e voler documentare gli ultimi sviluppi della ricerca artistica su questo argomento, nelle sue evidenze più strettamente contemporanee, può però costituire un utile momento di presa di coscienza della situazione attuale, per fare un punto dello stato attuale delle cose.
Farlo oggi, quando la modernità offre altri ulteriori piani di lettura e possibilità tecniche di rappresentazione della realtà, pone poi altre questioni su cosa vuol dire raffigurare il paesaggio; domande che erano sorte, ad esempio, anche quando la fotografia scompaginò le carte dell’arte aprendo nuove vie, apparentemente meno legate alle capacità artistiche del Soggetto, o come quando una derivazione della fotografia, sfruttata dalle scienze, permise di scoprire, con i microscopi, nuovi mondi nell’infinitamente piccolo, un paesaggio mai visto prima, e che rimane naturalmente invisibile all’uomo senza un ausilio tecnologico.
Ora, ad esempio, come rapportarsi con le immagini che ci giungono da Marte, scattate dai Rover, o le sempre più definite fotografie che il James Webb Space Telescope permette di realizzare?
Scatti di robot che possiamo però trovare in vendita negli stand delle più importanti fiere d’arte. Possiamo scoprire nuovi mondi, nuove realtà, nuovi paesaggi, ma il soggetto “inumano” che filtro ci offre rispetto all’esistente?

D’altro canto non possiamo però ignorare come l’attualità stia riportando a galla anche timori e drammatiche prospettive, considerate ormai retaggio di anni più bui: le distruzioni di intere città, con le bombe che stanno martoriando in questi mesi le città dell’Ucraina, stanno cancellando intere porzioni di paesaggio che, quando dovranno essere ricostruite, porranno sul tavolo la questione di come dovrà essere fatto: se salvaguardando il ricordo di cosa era, o se aprendo alla possibilità di rinnovare e innovare: una delle questioni sempre discusse, quando si tratti di scenari post bellici, post sismici o post emergenziali.
Dalle stesse premesse il nostro immaginario è anche influenzato dal timore della prospettiva di una guerra nucleare, lo spettro che si diffonde ad ogni conflitto, dichiarato o meno, e che apre a scenari inimmaginabili di cambiamenti del paesaggio e della realtà stessa che già negli anni 60, portava gli artisti visivi più sensibili ad immaginare apocalittiche derivazioni e stravolgimenti della natura.
Per ovvie ragioni, questa iniziativa non intende essere neanche lontanamente esaustiva o voler escludere dalla discussione artisti assenti da questa rassegna: si tratta di una campionatura parziale e arbitraria che vuole offrire diversi punti di vista e modi di affrontare il discorso sul paesaggio, partendo dallo sguardo di artisti diversi per età, stili, approcci e provenienze.
Come in una passeggiata, fisica e virtuale, si parte dal conosciuto, da quei sentieri già battuti e tracciati da chi è venuto prima, da quei maestri che hanno già affrontato la necessità di raccontare il paesaggio in altri momenti e contesti storici, per addentrarci a scoprire scorci e prospettive che oggi rivelano nuove strade e nuovi luoghi.


Gli artisti e le opere

La storia del paesaggio in pittura ha, come ben noto, radici relativamente recenti, potendone rintracciare la nascita, secondo le connotazioni che oggi comunemente gli attribuiamo: in ambito fiammingo, nella seconda metà del ‘500, per poi svilupparsi ed estendersi resto d’Europa, affermandosi definitivamente come “genere” pittorico autonomo solo nel corso del ’600.
Fino a quegli anni, la raffigurazione della natura era quasi sempre stata considerata di interesse marginale, anche se esistono alcuni momenti della storia in cui questa evidenza fu meno marcata. Dal mondo antico, ad esempio, ci sono giunte scarne testimonianze figurative, principalmente musive, nella maggior parte delle quali sono raffigurate scene nelle quali il focus è completamente centrato sulla narrazione degli eventi, lasciando poco spazio alla scenografia paesaggistica; è però in epoca augustea che la raffigurazione del paesaggio trova particolare fortuna nelle pitture decorative delle abitazioni nobili: la testimonianza più ricca, di questo, ci giunge dalle domus pompeiane dove, secondo le parole di Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia, lavorò Spurius Tadius, noto anche con il nome di Ludius, l’artista che sarebbe stato inventore della raffigurazione del paesaggio, basato su una costruzione prospettica delle immagini, e che era considerato il maggiore rappresentante del quarto stile pittorico romano.
Non ci interessa, in questa sede, affrontare la storia della raffigurazione del paesaggio, né in questa pagina, né nel percorso allestitivo che abbiamo immaginato: si è preferito offrire la possibilità di fare un’esperienza, tra tecniche, stili, letture e coinvolgimenti diversi.
Come quando in una passeggiata si attraversano luoghi e paesaggi diversi, naturali e urbani, anche in questa nostra proposta espositiva abbiamo voluto fissare solo pochi punti fermi; quando camminando lungo un sentiero sappiamo da dove partiamo, ma non abbiamo chiaro il punto di arrivo esiste la possibilità che il paesaggio si offra a noi in modi inaspettati e sorprendenti, lasciandosi così scoprire, da ciascuno, in un’esperienza personale.


L’imbocco del sentiero

Sono stati selezionati per la sezione che apre questo percorso alcuni grandi figure del ‘900 che con i loro lavori, la loro sensibilità e la loro storia hanno tracciato strade su cui poi si sono mosse altre generazioni di artisti, nel rispetto di quei solchi o, volendo, in contrapposizione aprire nuove vie.
L’opera grafica di Giorgio Morandi è universalmente riconosciuta come una delle vette della tecnica incisoria, perciò ci è sembrato giusto preferire grafiche dedicate al paesaggio anche per l’importanza che l’incisione riveste per il museo che ospita questa iniziativa.
E in questi semplici paesaggi, costruiti tramite un rigorismo ed una semplicità di segni che caratterizza tutto il lavoro dell’artista bolognese, traspare una visione del paesaggio sintetizzabile in forme geometriche regolari, le stesse che si ritrovano nelle più note natura morte.
Ennio Morlotti ha rappresentato per Francesco Arcangeli la vetta di quel gruppo eterogeneo di artisti che egli volle individuare, a torto o a ragione, nei suoi “ultimi naturalisti”. E, tra loro, l’autore lombardo emergeva con i suoi lavori nei quali la sua terra e la vegetazione diventavano lo specchio di un’inquietudine umana che vedeva nella trasfigurazione della natura il suo svelamento.
In merito ai paesaggi urbani di Mario Sironi, nei quali campeggiano delle case monolitiche e delle alte ciminiere, scandite secondo rigide prospettive lineari che danno vita a delle città scarne, grigie e prive di vita, Margherita Sarfatti scrisse “il pittore dei paesaggi urbani meccanici e implacabili come la geometria delle vite rinchiuse dei cubi delle case, fra i rettifili delle strade.
I paesaggi di Mario Schifano, che risentono come tutta la sua pittura dell’influenza Pop, sono sempre caratterizzati da colori accesi e innaturali, a rendere un’immagine della natura visionaria e acida e, per certi aspetti tecnici e poetici, non distante dal lavoro di William Congdon , del quale abbiamo l’occasione preziosa di esporre un’opera inedita, esposta nella sua prima personale presso la Betty Parson Gallery di New York nel 1949 e poi mai più vista pubblicamente, nella quale emergono tutti gli elementi caratteristici dell’action painting.
Per Carlo Carrà la pittura di paesaggio non è semplice imitazione naturalistica, ma una lunga elaborazione del dipinto, con la quale trasformare la pittura in narrazione lirica. Tutti gli elementi del paesaggio concorrono alla costruzione di un poema che usa il linguaggio della natura, nel quale lo spazio si trasfigura e svela la sua natura ideale, archetipica.


Elementi: Acqua, Terra, Aria

Gli elementi naturali, acqua, aria, terreno, costituiscono la struttura fondamentale del paesaggio, nella sua accezione di paesaggio naturale; abbiamo quindi voluto qui individuare alcuni nuclei descrittivi che, prendendo spunto da queste macro aree, offrano spunti di lettura secondo direttrici classiche.
Le opere esaminate, genericamente ispirate ai vari elementi, ci permettono di apprezzare il percorso artistico reso personale dalla mediazione degli autori. Incontriamo quindi raffigurazioni di paesaggi naturali, o antropizzati, da diversi punti di vista, interpretazioni canoniche o parziali, più o meno realistiche, mai banalmente descrittive, in cui è interessante cogliere quali aspetti, il filtro umano degli autori, vuole evidenziare e valorizzare nel racconto della realtà.
Il paesaggio “in sé”, inteso come fenomeno reale, concreto e tangibile diventa paesaggio “da sé”, raccogliendo il modo attraverso il quale l’uomo vive e percepisce il paesaggio, sia per gli aspetti visivi che per quelli sociali.


ACQUA

Talete di Mileto, considerato il primo filosofo a dedicarsi a rinvenire l’origine dell’archè, riconosceva nell’acqua il principio di tutte le cose: essa ha infatti un ruolo determinante nella produzione dei corpi, rende la natura feconda e, senza il suo concorso, la terra rimarrebbe sterile. Sin dai tempi più remoti l’uomo ha riconosciuto nell’acqua la sorgente di tutta la vita.
Per questo è per noi il punto di partenza del nostro percorso: non solo semplici marine, l’elemento acqua è qui soggetto e oggetto, modello e attore protagonista, specchio di inquietudini o luogo simbolico, nelle interpretazioni di artisti di generazioni e sentire diversi.
Nei paesaggi astratti di Armando Pizzinato e Virgilio Guidi, emergono due raffigurazioni diverse di marine veneziane: la prima caratterizzata da una prevalenza di indefinite figure geometriche, la seconda invece costruita per sole grandi campiture di colore. E in quest’ultima, si può intravedere un collegamento, almeno a livello stilistico, con le due immagini fotografiche di Guido Guidi, raffiguranti la spiaggia di Tagliata di Cervia, due vedute invernali, nelle quali il senso del paesaggio sta tutto nella sospensione poetica della figurazione, che appare risentire, a sua volta, delle atmosfere di Carrà.
Le stesse atmosfere sospese che risuonano nelle ingannevoli immagini di Marco Palmieri, il quale ricrea luoghi e paesaggi servendosi di carta e acquerello, per poi fotografarli e trasformarli in ideali spiagge che non esistono in natura.
Così, in natura, non esistono neanche i paesaggi raffigurati nelle cartoline di Marina Paris, nei suoi lavori l’immagine strappata e distorta trasforma luoghi di villeggiatura montana in golfi, insenature e zone costiere, stravolgendo completamente la percezione del dove.
L’acqua è soggetto ricorrente nei dipinti di Federica Giulianini in cui il paesaggio ci arriva per forme a volte appena percettibili, per sensazioni, per pennellate e colori che evocano un altrove immaginifico; e non è in questo dissimile la pittura di Roberto Pagnani, le cui marine sono reminiscenze di viaggi in spazi mentali, a solcare mari in paesaggi che riemergono dalla memoria e che risentono della sua storia, nella tecnica e nella tensione che le percorrono.
Sempre più legato all’emozione e ad una lettura “romantica” del paesaggio è invece il polittico di Ettore Frani: un paesaggio notturno apparentemente inquietante, costruito sul contrasto tra chiari e scuri, che entra in dialogo con l’opera incisoria di Ermes Bajoni.
Entrambi, a distanza di 30 anni uno dall’altro, giungono ad una consonanza di immaginario, interpretando il paesaggio, il mare in particolare, come lo specchio di un’inquietudine interiore.
Sono invece toni pop e ironici quelli del lavoro di Luca Barberini: le sue immagini, che prendono spunto da temi di grande attualità, non nascondono, con amara ironia, una pungente critica sul tema del rispetto del mare e dello sfruttamento delle risorse ambientali.


TERRA

Da molti aspetti si può affrontare la descrizione della terra come elemento forte, naturale, come grembo da cui si sviluppa tutto il reale, ma anche, contemporaneamente, come elemento fragile e cartina di tornasole di mutamenti e stravolgimenti.
Nel nostro caso, si è scelto di raccontarla principalmente attraverso lavori nei quali è valorizzato il legame con la vita che nasce in essa, terra madre dunque, come generatrice di vegetazione, piante o boschi, in una lettura simbolica o fedelmente realistica.
E nella Zolla di Carlo Zauli c’è tutta la potenza della ricerca materica, la terra diventa così non solo la materia di cui è realizzata l’opera, ma anche l’oggetto stesso al centro della sua riflessione artistica.
Takako Hirai, realizza da sempre lavori incentrati sul tema della natura: si sente fortemente parte di essa e avverte il bisogno di esternarlo tramite i suoi lavori a mosaico che esprimono questa sua appartenenza con una intima, delicata, poesia.
Una grande delicatezza contraddistingue i lavori di Giulia Dall’Olio nei quali le cancellature a colpi di gomma, sulla superficie nera, fanno emergere i dettagli di alberi e di fronde, a ricreare il giusto spazio tra uomo e natura, oggi che l’elemento antropico sovrasta quello naturale; per sottrazione, quindi, il paesaggio naturale riappare per riguadagnare il suo posto nel mondo.
Quella raffigurata è una natura stereotipata, senza nessuna pretesa di fedele scientificità, l’opposto dell’intervento artistico di Giorgia Severi che per denunciare il rischio di perdita dell’ambiente naturale, e quindi del paesaggio, parte da uno studio da esperto botanico tutto incentrato sulle piante, e il suo racconto diventa un resoconto fedele e scientifico: grazie al calco ceramico e tecnica del frottage riproduce la corteccia degli alberi facendola apparire quasi come epidermide umana e accostando così il destino di tutti esseri viventi, legati tra loro più di quanto possa sembrare.
La gestualità necessaria a tracciare la pelle delle piante a rischio estinzione è assimilabile a quella utilizzata da Andrea Francolino, il quale ricalca un metro quadrato di terreno e, registrandone le coordinate spaziali e temporali, fissa lo status quo di quel preciso momento, per poter poi, con il passare degli anni, sottolineare le differenze che saranno portate dallo scorrere del tempo e dagli influssi della presenza dell’uomo.
Lo scorrere del tempo, uno degli elementi che nei paesaggi classici è apparentemente assente nella fissità atemporale delle scene, viene accentuato da Paola Babini fin dal suo modus operandi: il sovrapporsi di strati di pittura, di immagini e di colore creano scene in cui si accalcano scorci, elementi naturali e antropici; elementi che riemergono dalla memoria per ricreare non-luoghi dell’inconscio che i toni cromatici violenti rendono ancor più irreali.
Le due tele di Ernesto Treccani e Massimiliano Fabbri affini per soggetto, stile e tema, trasportano nel corpo dei fiori raffigurati, emozioni e sentimenti. Ma, mentre per il primo questi emergono suscitati dalla natura stessa, nel lavoro di Fabbri si riflette in maniera profondamente personale e drammatica il rapporto con la propria madre e la propria storia familiare.
La vertigine suscitata dal lavoro di Manuel Felisi chiude la sezione della Terra e apre direttamente a quella dedicata all’Aria. In una illusione ottica e prospettica, i suoi alberi ci portano ad alzare gli occhi, a tendere verso l’alto, cercando di staccarci dalla terra per poterne godere appieno, cercando di abbracciarla in uno sguardo unico e totale.


ARIA

Quasi cento anni fa, l’attrazione per la modernità, il progresso, la velocità e la possibilità di volare furono per i futuristi una delle molle che portarono alla nascita dell’aeropittura, un modo per rappresentare il mondo, sorpassando la cornice panoramica, guardandolo con occhi nuovi.
Nell’opera di Tato, uno dei firmatari del manifesto della pittura futurista, questa visione è ben evidente: “Con qualsiasi traiettoria, metodo o condizione di volo, i frammenti panoramici sono ognuno la continuazione dell’altro, legati tutti da un misterioso e fatale bisogno di sovrapporre le loro forme e i loro colori, pur conservando fra loro una perfetta e prodigiosa armonia.
Fabio Giampietro non è un futurista ma, come loro un secolo fa, è affascinato oggi dalle potenzialità offerte dalla tecnologia; i suoi dipinti ad olio offrono una doppia possibilità di fruizione: ad una classica visione dei suoi paesaggi urbani, ritratti in una sorta di aeropittura del XX secolo, si affianca la possibilità di viverli, indossando un visore di realtà aumentata, facendo così esperienza di una immersione nel paesaggio completamente avvolgente e tecnologicamente spiazzante.


Il sogno del paesaggio

La mediazione sentimentale abbiamo visto che è quasi sempre la chiave che sottende alla raffigurazione del paesaggio, valorizzando una visione romantica della natura che circonda l’artista.
Il soggetto umano prende a volte il sopravvento e si perde così il legame naturalistico e quella che emerge è una visione fantastica, quasi onirica, un paesaggio sognato.
Ma come per ogni esperienza immaginifica, può trattarsi di visioni che traducono una serenità interiore, oppure possiamo scontrarci con un paesaggio non idilliaco, quando il filtro dell’inconscio stravolge l’interpretazione degli elementi e ci restituisce sensazioni e atmosfere sospese provenienti dall’inconosciuto.
Da un classico delicato paesaggio di campagna di ERON ci arriva una sensazione di pace e serenità, accentuato dalla scelta cromatica e dalla resa tecnica, che ce lo fanno apparire come un ricordo d’infanzia che riemerge, come una vecchia fotografia ingiallita che passa dalla memoria direttamente alla tela.
La Cattedrale in mosaico vitreo dal collettivo CaCo, un apparente “non paesaggio” ci restituisce la sensazione di un prato rigoglioso mosso da un vento, che, in collegamento con il titolo, riallaccia la percezione ad una prospettiva di trascendentale e immateriale, come se lo spirito della natura agitasse le tessere, ricreando uno spazio mentale, metafisico e al contempo percettibile. Dalle inquietudini personali può emergere un paesaggio vacuo, appena percettibile come nell’opera di Filippo Farneti, immerso in una foschia che rende indefinito ogni contesto e dal quale, come recita il titolo, si vorrebbe solo fuggire per tornare a qualcosa di più solido e afferrabile.
O come nella Mirabilandia di Marco Neri, nella quale emerge, come d’improvviso dalle nebbie della bassa, una ruota panoramica, simbolo felice di un’infanzia che appare però quasi fuori contesto, in quell’ambiente pallido e freddo, lasciandoci attoniti e spiazzati, metafora di luoghi e tempi incerti.
Una simile sensazioni di spaesamento si avverte anche nell’incisione di Massimo Pulini, nella quale si sovrappongono immagini incerte provenienti apparentemente da momenti della memoria diversi che convergono in un luogo dello spazio mentale in cui ricreano un ambiente nuovo, che non ci trasmette serenità.
Un affastellarsi di immagini all’apparenza non coerenti tra loro e nello spazio, caratterizza il lavoro di Giulio Ruffini: i ricordi del paesaggio più personale, più legato alla propria storia e ai propri luoghi, si mescolano in una scena irreale della quale fatichiamo ad afferrare i contorni, la coerenza, come nel racconto di un sogno altrui.
Il paesaggio realizzato da Josè D’Apice ci trasporta in uno spazio sospeso, metafisico, nel quale siamo attratti e inquietati da un elemento inaspettato che sembra minacciare la tranquillità dello scorcio montano, impedendoci così di recepire quelle sensazioni di pace che la scena suggerirebbe.
All’opposto, quasi rilassanti e positivamente idealizzate, sono le due vedute urbane di Giuseppe Maestri e Tono Zancanaro, i quali accentuano con la loro abilità grafica un segno che ci permette di sintonizzare il nostro immaginario con le loro visioni fantastiche con le quali trasformano la realtà che hanno attorno.
Uno scorcio di autostrada nella campagna italiana, così apparentemente lontano da una possibile visione poetica, diventa per Enzo Morelli il soggetto perfetto per una serie di lavori nei quali esprimere tensioni inconsce della mente, in una rappresentazione realista, ma fortemente volta verso un’intrinseca astrazione.
Lo stravolgimento dei colori, l’accentuazione dei contrasti e la semplificazione delle forme in una perdita degli elementi comuni di naturalismo codificato, sono i filtri tramite i quali Salvo riporta i paesaggi e gli scorci naturali, anche più banali, che nei suoi innumerevoli viaggi ha modo di vedere.
I paesaggi realizzati da Enrico Lombardi, risultato di associazioni mentali, luoghi forse visti ma ormai trasformati dall’inconscio e da un’elaborazione profondamente interiore, non lasciano spazio alle emozioni ma trattengono una freddezza mentale davanti alla quale siamo messi per confrontarci asetticamente con noi stessi.
L’inquietudine che suscita dalle scene di paesaggio di Enrico Minguzzi è figlia anche dell’uso così personale che fa dei colori: fluorescenze e colori cupi, contrapposti, e densi di saturazione che spingono con indiscreta violenza la nostra esperienza in un luogo inospitale, quasi in un paesaggio post atomico che fa emergere paure e insicurezze.
La stessa sensazione di precarietà che percepiamo immergendosi nello spazio architettonico raffigurato da Andrea Chiesi: strutture in disfacimento in cui la presenza umana, ora ormai assente, lascia spazio ad una natura che sembra risorgere e riprendere possesso degli spazi, rivolgendo quella sensazione di presunta precarietà in un momento di potente energia in fieri.
Per Mattia Moreni la raffigurazione delle angurie è stato il transfer su cui proiettare tutte le angosce, le aspettative, le delusioni e le tensioni che dalla sua mente, lucidamente razionale, emergevano nello scontro con una percezione romantica delle cose.
E in questo suo ritrarre e trasformare l’anguria, in disfacimento, nel paesaggio c’è tutto il dramma della mente che assolutizza l’oggetto della propria mania trasformandolo nell’orizzonte del paesaggio mentale in cui si muove.




L’IMBOCCO DEL SENTIERO


GIORGIO MORANDI - Il Ponte sul Savena a Bologna, 1912
acquaforte, mm. 164x221 (inciso)







MARIO SIRONI - Paesaggio urbano, 1938
olio su tavola, cm 37,5x35,5







CARLO CARRÀ - Marina, 1952
olio su cartone telato, cm 31,5x49,5







MARIO SCHIFANO - Ninfee, 1977
smalto su tela, cm 80x100







ENNIO MORLOTTI - senza titolo, s.d.
litografia, mm 210x270






ARIA


GUGLIELMO SANSONI, detto TATO - Diavolerie di Elica, 1936
olio su tela, cm 50x60







FABIO GIAMPIETRO - Exodus, 2021
olio su tela, cm 130x195






ACQUA


VIRGILIO GUIDI - Marina spaziale, 1950-74 ca.
olio su tela, cm 90x70







ROBERTO PAGNANI - L’autunno dei fiori, 2022
smalti e tempere su tela, cm 100x100






TERRA


ERNESTO TRECCANI - Siepe di margherite, 1960 -76 ca.
olio su tela, cm 50x70






IL SOGNO DEL PAESAGGIO


ENRICO MINGUZZI - Germogli d’inverno, 2021
olio su resina epossidica su tavola, cm 100x140







ENRICO LOMBARDI - Custode della separazione, 2010
acrilico su tela, cm 85x60







MATTIA MORENI - Un pezzo di anguria come un paesaggio, 1968
olio su tela, cm 49x80






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IL PAESAGGIO.
Sentieri battuti e nuove prospettive
17 Dicembre 2022 – 5 Marzo 2023
Bagnacavallo (RA), Museo Civico delle Cappuccine

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